giovedì 28 dicembre 2017

Sussidio di disoccupazione per i lavoratori che danno le dimissioni?

Nel contesto del mercato del lavoro "novecentesco", il sussidio di disoccupazione ha rappresentato uno strumento finalizzato a sostenere - per un periodo limitato necessario al reinserimento lavorativo - il lavoratore che, contro la sua volontà, rimaneva privo di occupazione. I tre elementi - arco temporale limitato, finalità di immediato rientro nel mercato del lavoro e accesso esclusivamente per i lavoratori che perdono il posto di lavoro - si sono ripetuti, e di ripetono tuttora, in modo similare nei diversi paesi industrializzati, con differenziazioni che riguardano più che altro la durata del periodo coperto dall'indennità.

Le profonde trasformazioni che hanno attraversato le articolazioni del sistema economico negli ultimi decenni, con una rapida accelerazione negli ultimi anni, ci pongono dinanzi a scenari complessi, caratterizzati da radicali cambiamenti del mercato del lavoro, delle professioni e delle competenze necessarie al mondo produttivo.
La vita lavorativa degli individui è sempre più frammentata, e sempre maggiori sono le esigenze di modificare il proprio percorso professionale e di integrare le proprie competenze. In tale scenario, lo strumento del sussidio di disoccupazione risulta oramai insufficiente, e per tale motivo viene integrato o affiancato da strumenti di sostegno finalizzati al rapido reinserimento lavorativo, come ad esempio l’assegno di ricollocazione previsto nel Jobs Act.

Una più efficiente allocazione delle risorse professionali richiede però anche una maggiore fluidità del mercato del lavoro, e quest’ultima sarebbe senza dubbio agevolata da misure di sostegno agli individui che spontaneamente intendono cambiare occupazione. Questa è la direzione nella quale si muove anche la politica del lavoro del presidente francese Emmanuel Macron il quale, tenendo fede ad un impegno assunto in campagna elettorale, ha proposto di estendere il sussidio di disoccupazione ai lavoratori che scelgono di dare volontariamente le dimissioni, compresi i lavoratori che intendono aprire un’impresa o mettersi in proprio: quest'ultima possibilità è prevista in Italia, ma soltanto per i lavoratori che perdono involontariamente l’occupazione.
La scelta di Macron è senz’altro una misura coraggiosa, in linea con le esigenze di modernizzazione sopra descritte: in tale senso è auspicabile anche nel nostro paese l’adozione di soluzioni simili, purché si abbia la capacità di collegare l’erogazione dei sussidi a dei rigidi meccanismi di condizionalità, affinché le strumenti di sostegno al reddito siano effettivamente collegati ad efficaci percorsi di ricollocazione lavorativa e non rimangano soltanto misure assistenzialistiche.

giovedì 26 ottobre 2017

Lavoro distaccato, le nuove regole UE

Lunedì 23 ottobre i ministri del lavoro dell’Unione Europea, riuniti a Lussemburgo, hanno trovato un accordo – il quale dovrà ora essere ratificato dal Parlamento Europeo – per modificare la regolamentazione del distacco dei lavoratori in un paese membro. La direttiva attualmente in vigore, approvata nel 1996, prevede che una società possa inviare in un altro Stato dell’Unione un proprio lavoratore, versando i contributi nel paese d’origine: si tratta del cosiddetto "principio di personalità”, in base al quale il datore di lavoro continua a pagare i contributi nel paese di origine fino a un periodo massimo di 24 mesi, pur dovendo applicare le retribuzioni del paese di destinazione.
Tale meccanismo ha determinato – in seguito al progressivo allargamento dell’UE ai paesi dell’est europeo, caratterizzati da costi previdenziali e salariali più bassi rispetto ai paesi di lunga appartenenza comunitaria – una condizione di dumping sociale, in particolare nei settori dell’edilizia e dei trasporti. 
L’accordo raggiunto lunedì scorso prevede che - dopo un periodo di transizione di quattro anni - la durata del distacco sarà limitata ai 12 mesi, con la possibilità di prolungare la stessa di ulteriori sei mesi su richiesta dell’impresa e con il benestare del paese di accoglienza. Successivamente a tale periodo, cesserà la possibilità di versare i contributi in base alle norme del paese di origine. Inoltre, la nuova direttiva prevede che la società dovrà versare al proprio lavoratore tutti i bonus e le indennità - dalla tredicesima al premio d’anzianità - previsti dal paese del distacco: la vecchia norma prevede invece, per la società del lavoratore distaccato, esclusivamente l’obbligo di rispettare il salario minimo previsto nel paese di accoglienza. La riforma prevede un’eccezione per il settore dei trasporti, nel quale la vecchia direttiva continuerà a essere applicata finché non entrerà in vigore un nuovo pacchetto di misure specificamente dedicate al settore (il cosiddetto MobilityPackage).
Beninteso, non siamo dinanzi a cambiamenti epocali: tuttavia si tratta di una spinta verso l’integrazione del mercato del lavoro europeo, in particolare sul terreno dei diritti dei lavoratori e dell’uniformità dei costi per le aziende, elemento imprescindibile di una reale concorrenza di mercato. Può essere un nuovo inizio?

lunedì 24 luglio 2017

Lavoro 4.0, occorre partire dall'analisi dalla realtà

Lanciato nei mesi scorsi, sembra che il Piano nazionale Industria 4.0 stia iniziando a dare i suoi primi frutti, attraverso la crescita degli investimenti in macchinari e nuove tecnologie, favoriti proprio dagli incentivi fiscali previsti dal suddetto piano.
Il nostro paese, sulla scia degli interventi attuati da USA, Francia e Germania, sembra non voler arrivare impreparato alla sfida della così detta “quarta rivoluzione industriale”, che nei prossimi anni cambierà profondamente le tecnologie produttive nell’industria, causando conseguentemente una mutazione profonda delle dinamiche organizzative all’interno delle aziende e degli equilibri del mercato del lavoro.
Come accaduto in passato con le precedenti rivoluzioni industriali, si sottolinea da più parti come l’introduzione di tecnologie più efficienti ridurrà i volumi occupazionali nell’industria, causando probabilmente una crescita della disoccupazione. I dibattiti su questo argomento sono all’ordine del giorno, con un ampio ventaglio di argomentazioni: da quelle più catastrofiche (“andiamo verso la disoccupazione e la povertà di massa”), fino a quelle più ottimistiche, preannuncianti una moderna arcadia (“l’uomo si potrà liberare dal lavoro e vivere un’esistenza dedita alla vita sociale e alla speculazione”).
L’impatto sulle dinamiche occupazionali - sia in termini numerici sia dal punto di vista delle caratteristiche della composizione degli occupati e delle persone in cerca di occupazione – dipenderà da due fattori chiave:
  • da quali saranno le proporzioni, le modalità e le tempistiche con cui avverrà la trasformazione nel sistema produttivo industriale: la riduzione di personale addetto alla produzione attraverso macchinari potrà essere in parte recuperato attraverso l’inserimento di lavoratori dotati di competenze più complesse, principalmente in ambito digitale;
  • dalla capacità di altri settori economici che hanno margini di crescita (assistenza anziani, formazione, recupero ambientale, ecc.) di sopperire alla probabile riduzione di occupati nell’industria.

Conseguentemente a quanto sopra descritto, è necessario – come sta già avvenendo in materia di incentivi fiscali per l’acquisto di nuovi macchinari – intervenire anche nell’ambito del mercato del lavoro: in parte tali misure sono già previste, nel contesto di quella che è stato definita la "seconda gamba" del Piano nazionale Industria 4.0, ossia il “Lavoro 4.0”. Cosa prevede il piano del governo? Si va dalle ipotesi di incentivi fiscali e contributivi per favorire l’occupazione giovanile (quindi i soggetti che dovrebbero avere maggiori competenze tecnologiche), fino agli interventi che sono già previsti dal Piano nazionale Industria 4.0: da quelli di più altro livello (“Digital Innovation Hub” e i “Competence Center I4.0”) fino alle direttrici delle iniziative a più ampio raggio: dalla formazione del pensiero computazionale nella scuola primaria ai laboratori territoriali scuola-impresa, fino alla specializzazione di corsi universitari e master dedicati. Sono proprio queste ultime categorie di interventi che necessitano di progettazione di qualità (che coinvolga davvero tutti i soggetti in campo) e di investimenti adeguati. 

Occorre però partire dall'analisi della realtà attuale, e dai limiti della stessa, senza voli pindarici: questo significa che senza la capacità di affrontare i limiti cronici del nostro sistema formativo e del mercato del lavoro, non sarà possibile raggiungere gli obiettivi indicati dal governo. Non sarà possibile nessun successo dei piani per il “Lavoro 4.0” se non saranno realizzate modalità efficaci di alternanza scuola lavoro, prevedendo in tale contesto anche gli interventi di aggiornamento degli insegnanti: spesso l’inadeguatezza delle competenze di questi ultimi in ambito tecnologico è un freno alla crescita formativa degli studenti. Un altro aspetto critico riguarda l’accesso alla formazione universitaria: nel panorama europeo abbiamo un costo medio tra i più alti, tra i mille e i tremila euro. Per fare dei paragoni, in Germania, Spagna e Francia la media è inferiore ai mille euro, nei paesi scandinavi l’istruzione universitaria è gratuita. Considerato che nel nostro paese vi è una carenza di laureati nelle discipline informatiche, probabilmente non sarebbe una idea peregrina pensare ad una forte riduzione delle tasse universitarie per tali classi di laurea. Ancora: abbiamo la più alta percentuale di Neet a livello europeo, ragazzi che non sono inseriti nel mondo del lavoro e che non seguono alcun percorso di formazione e istruzione. Si tratta però della generazione dei "nativi digitali", ragazze e ragazze che hanno una naturale abitudine a imparare rapidamente l'uso delle nuove tecnologie: è possibile prevedere interventi mirati per questa categoria?