lunedì 23 dicembre 2013

La chimera del reddito per i disoccupati

Sostegno per tutti coloro che hanno un reddito al di sotto della soglia di povertà e che si impegnano a perseguire concreti obiettivi di inclusione sociale e lavorativa, come la ricerca di un lavoro, l'attività di cura verso i minori e famigliari non autosufficienti”. 

Lo aveva affermato in modo chiaro il Ministro del lavoro Giovannini lo scorso 9 ottobre, rispondendo a un’interrogazione alla Camera, indicando la volontà del Governo di introdurre anche nel nostro paese “non un reddito di cittadinanza rivolto a tutti ma un sostegno rivolto ai poveri individuati in base al sistema Isee in via di riforma”. Nonostante le intenzioni del Ministro del Lavoro, tale obiettivo è rimasto sulla carta (aldilà di un'ennesima sperimentazione), e l’Italia continua ad essere, insieme alla Grecia, l’unico paese dell’Ue privo di una forma universale di tutela del reddito. Alla fine dei conti, se questa situazione resta sempre uguale a se stessa, è si per mancanza di capacità della politica, ma anche perché nessuno dei soggetti sociali rilevanti hanno la volontà e l’urgenza di intervenire. L’introduzione del reddito di cittadinanza e del reddito di disoccupazione, analogamente a quanto avviene nei principali paese europei, significherebbe rideterminare interamente l’architettura della spesa per gli ammortizzatori sociali, superando innanzitutto la cassa integrazione guadagni: questo avrebbe il risultato di rendere più flessibile il mercato del lavoro, ma anche di incidere negativamente sul potere contrattuale delle parti sociali. D’altro lato, legare il sostegno al reddito all’impegno del lavoratore a un percorso di ricerca del lavoro e di formazione, significa intervenire da un lato sulle competenze dell’INPS relativamente all’erogazione degli ammortizzatori sociali, dall’altro lato riqualificare in modo forte i Servizi pubblici per l’impiego e rideterminarne le competenze, attribuendoli la gestione e l’erogazione dei sussidi di disoccupazione – cosa probabilmente non gradita all’INPS – e vincolando il loro futuro all’effettivo successo nel reinserimento dei disoccupati.

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