domenica 20 aprile 2014

Laureati e disoccupazione: i dati del Rapporto AlmaLaurea 2014

Cresce sensibilmente il tasso di disoccupazione tra i neolaureati, indicatore in costante aumento dal 2007, e trovare un lavoro entro un anno dalla laurea diventa particolarmente difficile, anche se nell’arco del quinquennio successivo al conseguito della laurea, questa resti uno strumento di indubbio vantaggio. Sono questi gli elementi principali contenuti nel XVI Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, pubblicato lo scorso 10 marzo, il quale ha coinvolto quasi 450mila laureati post-riforma di tutti i 64 atenei aderenti al Consorzio. 
Il rapporto propone un quadro comparato tra la situazione italiana, dove il tasso di disoccupazione si è attestato nel 2013 al 13%, e quella UE, nella quale li stesso indicatore si è fermato nel 2013 al 10.9%. Le differenza tra l’Italia e il resto dei paesi europei non riguarda solo il tasso di disoccupazione: nel nostro paese i neolaureati impiegano più tempo per trovare un’occupazione rispetto alla media UE, e la scelta di conseguire la laurea si rivela una scelta meno “efficace” rispetto agli altri paesi, sebbene la laurea si riveli ancora un investimento che consente di avere un vantaggio occupazionale - rispetto al diploma – lungo l’arco della vita lavorativa ed in particolare in situazioni di crisi economica come quella attuale. 
I dati indicano infatti che, con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo, la condizione occupazionale tende complessivamente a migliorare: dopo cinque anni, la disoccupazione, indipendentemente dal tipo di laurea, si attesta su valori decisamente più contenuti, inferiori al 10% (8% per i laureati di primo livello, 8,5 per i magistrali e 5 per quelli a ciclo unico). 
Il tasso di disoccupazione a cavallo della recessione è cresciuto di 2,9 punti per i laureati, di 5,8 punti per i diplomati, di 6,5 punti per i neolaureati (ovvero di età compresa tra i 25-34 anni) e di ben 14,8 punti per i neodiplomati (di età compresa tra 18 e i 29 anni). Tra il 2007 e il 2013, il differenziale tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 2,6 punti (a favore dei primi) a 11,9 punti percentuali. 
Tuttavia, i dati elaborati dall’OCSE indicano un allarmante atteggiamento di progressiva sfiducia dei giovani italiani nei confronti dell’università. La percentuale di giovani diciannovenni che nel nostro Paese si iscrive a un programma di studi di livello universitario è solo il 30%, e tale dato si inserisce in quadro di per se già negativo: nel 2012 l’Italia si trovava agli ultimi posti per la quota di laureati sia per la fascia d’età 55-64 anni sia per quella 25-34 anni. D’altra parte le aspettative di raggiungere l’obiettivo fissato dalla Commissione Europea per il 2020 (40% di laureati nella popolazione di età 30-34 anni), sono ormai vanificate per ammissione dello stesso Governo Italiano, il quale ha rivisto l’obiettivo che più realisticamente si può attendere il nostro Paese raggiungendo al massimo il 26-27%. 
Il ritardo nei livelli di scolarizzazione degli occupati riguarda sia il settore privato che quello pubblico, con una maggiore incidenza sul primo, e si riflette significativamente, così come segnalato in passato, sui livelli di istruzione della classe manageriale e dirigente italiana. I dati Eurostat segnalano, ad esempio, che nel 2012 ben il 27,7% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato la scuola dell’obbligo, contro il 13,3% della media europea a 15 paesi, il 19,3% della Spagna (paese in ritardo nei livelli di scolarizzazione degli adulti e con tratti socio-culturali simili al nostro) e il 5,2% della Germania, paese caratterizzato da un peso del settore manifatturiero simile al nostro. 
Nel 2012 la quota di manager italiani laureati é meno della metà della media europea: i manager laureati in Europa (EU27) sono il 53% (nel 2010 erano il 44 per cento), mentre in Italia la percentuale risulta il 24% (era il 14,7 per cento). 
Questi dati non devono sorprendere, anche in considerazione del fatto che la spesa in Istruzione Universitaria nel nostro paese è nettamente inferiore rispetto ai principali paesi europei. Il Rapporto Ocse “Education at a Glance 2013”, evidenzia lo stato di salute dell’Istruzione nei 34 paesi aderenti. Oggi la percentuale di spesa pubblica e privata è per l’Italia l’1% del PIL, in Francia 1,5%, nel Regno Unito 1,4%, in Germania 1,3%, negli Stati Uniti 2,8%. La questione delle risorse destinate all’istruzione e alla formazione non è secondaria: il sistema universitario e della ricerca è decisamente sotto finanziato rispetto agli standard internazionali. Fatto 100 il costo di un laureato italiano nel 2009 (43.218 dollari), prima quindi che si verificassero i tagli degli ultimi governi, a parità di potere d’acquisto, un laureato spagnolo costava 182, uno tedesco 207 e uno svedese 239 (OECD, 2012b).

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