domenica 3 gennaio 2016

Basso tasso di occupazione e politiche attive: i limiti del Jobs Act

Aldilà del dibattito su quale sia la reale dimensione della “disoccupazione effettiva” nel nostro paese, è necessario prospettare – a partire dall’individuazione delle principali categorie di lavoratori interessati – le possibili soluzioni alla problematica del basso tasso di occupazione, che consegna al nostro paese un dato di profonda anomalia rispetto alle principali economie europee. Rispetto a queste ultime uno dei dati più evidenti di ritardo riguarda il versante dell’organizzazione dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, fattori riguardo ai quali il Jobs Act è intervenuto solo in modo parziale.
Il Jobs Act non è intervenuto, come necessario, al fine di ridisegnare in modo chiaro l’organizzazione dei servizi per l’impiego - i quali restano dal punto di vista amministrativo di competenza regionale – e delle relative politiche attive. Il Decreto Legislativo 150/2015 non supera il nodo della dualità tra Stato e regioni in materia di politiche del lavoro – la Conferenza Stato, Regioni e Province autonome in questi anni non ha dato prova di essere un organismo capace di scelte rapide ed efficaci - né sembra idoneo a realizzare una ripartizione di competenze chiaramente definita: il rischio del persistere di tale condizione era peraltro evidente anche nella legge delega, la quale stabiliva il “mantenimento in capo alle regioni e alle province autonome delle competenze in materia di programmazione di politiche attive del lavoro”.
D’altra parte non è ancora chiaro con quali modalità i servizi per l’impiego saranno in grado di garantire i livelli essenziali delle prestazioni previsti dal Decreto Legislativo 150/2015, in un quadro di risorse (finanziarie e di personale) che è notoriamente sottodimensionato rispetto ai paesi europei di popolazione analoga. Nel Decreto sono presenti alcuni elementi di innovazione, utili ma insufficienti, come ad esempio la previsione della possibilità di dichiarare in forma telematica - al portale nazionale delle politiche del lavoro - la propria immediata disponibilità' allo svolgimento di attività lavorativa. Ovviamente ciò sarà possibile soltanto quando il portale nazionale delle politiche del lavoro sarà realizzato. 
L’obiettivo di intercettare con maggiore efficacia i senza lavoro, passa dal superamento della vecchia concezione del centro per l’impiego quale luogo fisico, per trasformarlo in luogo “virtuale”: al fine di intraprendere tale percorso è necessario agire principalmente su due leve. La prima consiste nel “mettere i centri per l’impiego sul web”: ciò non deve però limitarsi ad una presenza di carattere informativo, occorre bensì raggiungere la capacità di offrire i principali servizi (iscrizione, bilancio delle competenze, candidatura alle domande di lavoro) in modalità digitale, senza la necessità che i lavoratori si rechino fisicamente nei centri per l’impiego. La seconda leva su cui agire consiste della dislocazione delle principali funzioni degli stessi in molteplici luoghi del territorio, attribuendo a pochi e qualificati soggetti – in primis le agenzie per il lavoro, ma anche scuole e università – di pochi ed elementari compiti amministrativi (a iniziare dall’iscrizione e dalla dichiarazione di disponibilità), vincolando in tale modo l’erogazione di qualsiasi servizio – anche di quelli forniti dai soggetti privati - alla registrazione al portale nazionale delle politiche del lavoro. Ciò sarebbe un primo e concreto passo verso quella Rete Nazionale dei servizi per le politiche del lavoro prevista nel Decreto Legislativo 150/2015 e – attraverso l’integrazione con altri strumenti previsti nel Jobs Act, come la gestione dell’assegno di ricollocazione – sarebbe possibile sviluppare una maggiore capacità di fidelizzazione dei senza lavoro, anche al fine di raccogliere gli elementi di conoscenza sulle loro caratteristiche necessari alla definizione di adeguate politiche attive del lavoro.


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