giovedì 17 maggio 2018

Sicurezza del lavoro, i ritardi sono culturali e organizzativi

Oggi all’ llva di Taranto è morto un  operaio 28enne: l’incidente mortale è avvenuto  durante l’utilizzo di una macchina scaricatrice, a causa di un cavo che sarebbe saltato durante la fase di ancoraggio, travolgendo il lavoratore.  Lo scorso 14 maggio si sono verificati altri due infortuni mortali, un operatore ecologico travolto dal suo furgone (urtato da un autobus) nel padovano, e un operaio deceduto in un cantiere navale a La Spezia;  mentre pochi giorni prima presso le Acciaierie Venete di Padova sono rimasti ustionati quattro operai, tre in modo molto grave, a causa del riversamento di acciaio fuso.
Nonostante i dati complessivi degli infortuni appaiano in miglioramento (nel 2017 le denunce sono state 635.433, lo 0,22% in meno rispetto alle 636.812 del 2016), nel corso del 2017, secondo il bollettino dell’Inail, si sono verificate 1.029 morti sul lavoro e le denunce di infortunio con esito mortale sono aumentate dell'1,08% rispetto al 2016, quando erano state 1.018.
Nonostante un assetto normativo complesso e articolato, la garanzia della sicurezza nei luoghi di lavoro è lungi dall’affermarsi nel nostro paese, dal divenire un aspetto imprescindibile nell’organizzazione delle attività delle aziende.
Esistono due ordini di problemi principali a tale riguardo: uno attinente alla natura organizzativa e giuridica delle azioni di vigilanza e di repressione delle condotte illecite, l’altro di carattere culturale.
Riguardo al primo aspetto, attualmente non esiste un unico soggetto pubblico a cui è demandato il controllo delle imprese sul piano della sicurezza: buona parte delle competenze sono degli ispettori delle Asl (circa 2000 sul territorio nazionale), mentre i 280 tecnici dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro hanno il compito di vigilare sull'edilizia. Il resto degli ispettori del Ministero del Lavoro, dell'Inps e dell'Inail (in totale 4000 addetti) ha invece funzioni di controllo dell'applicazione dei contratti e sul versamento dei contributi. Aldilà dell'inadeguatezza numerica del personale addetto alla vigilanza sulla sicurezza, appare sempre più necessaria una maggiore integrazione tra i differenti soggetti pubblici, non tanto sul piano organizzativo, quanto attraverso un'integrazione delle infrastrutture informative, consentendo alle differenti banche dati di comunicare fra di loro, secondo una logica di interoperabilità e cooperazione applicativa: in tale modo sarebbe possibile consentire il coordinamento strategico tra le diverse articolazioni ispettive e la piena fruizione, da parte del personale, delle informazioni utili a prescindere dalla struttura che ha elaborato le stesse. L'utilizzo degli strumenti informatici potrebbe, inoltre, sopperire alla carenza di personale, consentendo una maggiore razionalità nell'analisi e nell'individuazione dei contesti produttivi e territoriali maggiormente esposti alle situazioni di rischio.
Con riferimento al "profilo culturale" della sicurezza nei luoghi di lavoro, è evidente che l'aspetto maggiormente rilevante riguarda la percezione che le aziende hanno di questa tematica, considerata prevalentemente un onere finanziario e burocratico, talora un intralcio al pieno dispiegarsi dei processi produttivi. Tale approccio non tiene conto dei costi sociali degli infortuni e dei costi economici complessivi - i quali in ultima istanza ricadono sulle aziende nel loro complesso - e di come questi costituiscano dei limiti alla produttività aziendale non pienamente valutati. La riduzione del numero degli infortuni passa necessariamente da un cambio di paradigma culturale, dalla capacità delle imprese di considerare la sicurezza - intesa non solo come assenza di eventi che ledono la salute, ma secondo il concetto più ampio di "benessere lavorativo" - quale una delle condizioni che possono migliorare le performance organizzativa, anche attraverso il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei lavoratori (a tale proposito è significativa l'esperienza del Giappone) e l'integrazione tra la gestione della sicurezza e quella della qualità e dell'ambiente.

martedì 8 maggio 2018

Disoccupazione e differenze territoriali: la soluzione dei buoni mobilità

Nonostante un tasso di disoccupazione dell’11% – che tra i giovani sfiora il 32% –  e un tasso di occupazione tra i più bassi in Europa, in Italia non mancano le aziende che non riescono a trovare le professionalità di cui hanno bisogno. Non si tratta soltanto dei cosi detti “lavori che gli italiani non vogliono più fare”, ossia delle attività più usuranti (agricoltura, assistenza agli anziani, ecc.), ma tale fenomeno riguarda anche professioni quali gli ingegneri informatici, i tecnici elettronici e i consulenti per la gestione aziendale.
Nonostante la crescita economica proceda ancora a passo lento, sono numerose le imprese italiane che faticano a trovare personale qualificato: circa il 10% delle figure ricercate sono classificate “di difficile reperimento”, ossia la ricerca di tali tipologie di lavoratori può richiedere più di tre mesi. Quali sono le ragioni di questa situazione? I motivi principali sono la mancanza di competenze adeguate e di giovani con i titoli di studio necessari a soddisfare le richieste del mercato del lavoro: tali aspetti divengono  più evidenti e gravi se guardiamo al settore ICT, ossia a l’ambito nel quale maggiori sono le previsioni di crescita nei prossimi anni, e nel quale sarebbe possibile innescare un circuito virtuoso di crescita occupazionale.
Tale “paradosso digitale” ha però nel nostro paese un risvolto peculiare, che rimanda alla cronica differenza di sviluppo economico e di livelli occupazionali tra il sud e il nord del paese: ci sono ancora decine di migliaia di giovani laureati nel meridione che potrebbero trovare lavoro nelle aziende del nord, e ci sono ancora tantissime aziende – come detto sopra – che faticano a trovare le professionalità adeguate. Gli elementi da considerare sono differenti; aldilà degli aspetti di carattere economico, limitando l’analisi al funzionamento del mercato del lavoro sono tre i nodi critici che determinano tale situazione: la mancanza di un adeguato meccanismo di transizione tra università e mondo del lavoro, l’incapacità dei servizi per il lavoro di adeguare le competenze professionali dei lavoratori alle esigenze del mercato del lavoro (anche attraverso una logica programmatoria) e la mancanza di adeguati incentivi alla mobilità territoriale.
No, non si tratta di riproporre la vecchia logica dell’emigrazione dal sud il nord del paese. Innanzitutto perché questa non si è mai interrotta (anzi, ha avuto una ripresa negli anni novanta). In secondo luogo perché è sempre più evidente – e dovrebbe indurre a riflessione – come i giovani meridionali scelgano di emigrare all’estero, considerando tale opzione come l’unica via ad un’esistenza lavorativa soddisfacente. Si tratta di mettere in condizione le aziende italiane di trovare le professionalità adeguate, e ai giovani del sud di accedere alle opportunità lavorative che l’Italia ancora riesce a mettere a disposizione, in un paese che è profondamente differente da quello delle ondate migratorie degli anni sessanta: le differenze culturali tra le diverse regioni sono certamente minori, e forse occorrerebbe fare un “salto di paradigma” che superi lo stesso concetto di emigrazione a favore di una più moderna concezione della mobilità. D’altra parte è ciò che fanno i cittadini degli USA da generazioni: oggi circa il 33% degli americani risiede in uno stato differente da quello della nascita, risultato figlio soprattutto della propensione a cogliere le opportunità lavorative anche lontano dalla propria città, dalla famiglia e dagli amici.
La mobilità ha senz’altro ripercussioni positive sul mercato del lavoro, non solo per chi sceglie di spostarsi, ma anche per chi resta nel luogo di origine e si trova ad avere meno concorrenza. La logica di intervento non deve certo essere quella di incentivare la mobilità a prescindere, ma quella di consentire ai lavoratori che fanno liberamente tale scelta di avere il supporto economico adeguato per fare tale percorso, in particolare nel periodo iniziale della ricerca dell’occupazione nel quale i costi del trasferimento non sono ancora supportati da un adeguato reddito.
Come? Un’idea potrebbe essere quella di una specifica modalità di sussidio per l’inserimento lavorativo (i “buoni mobilità”), o di un’integrazione dell’indennità di disoccupazione esistente. Tale strumento potrebbe essere intanto essere realizzato e sperimentato per i giovani laureati, ossia per quei lavoratori che sono più facilmente propensi alla mobilità e sono maggiormente richiesti dalle aziende.

lunedì 30 aprile 2018

Lo sguardo rivolto al passato

Il rapido sviluppo dell'intelligenza artificiale, la pervasività della tecnologie dell'informazione e la robotizzazione della produzione industriale, condurranno ad una consistente e crescente riduzione dell'occupazione in tutti i settori produttivi. Questa previsione si ripete in numerose articoli, saggi, e libri di analisti, esperti di lavoro, economisti. Con un ripetersi di statistiche, numeri che dimostrano come si, negli ultimi quindici, venti anni la crescita occupazionale si è ridotta. Qual è la causa? La crisi economica? Oppure è una tendenza storica, un processo iniziato decenni orsono (negli anni 70, o forse già nel secondo dopoguerra), che possiamo solo correggere, limitare? Si potrebbe scrivere per migliaia di righe al fine di analizzare tali fenomeni, e difficilmente se ne potrebbe venire a capo: le macchine - più o meno intelligenti - potrebbero nei prossimi decenni, e probabilmente sarà così, sottrarre una consistente fetta di impieghi all'uomo. D'altra parte - come già accaduto in passato - potrebbe determinarsi un bilanciamento di tali perdite attraverso la creazione di posto lavoro in altri settori e ambiti produttivi oggi in nuce o in larga parte inesplorati. Ovviamente è legittimo, anzi è opportuno e utile confrontarsi su tutto ciò, studiare, capire. Ciò che è meno utile è l'atteggiamento, prevalente nel nostro paese, di guardare tali cambiamenti con lo sguardo rivolto al passato, con un atteggiamento esclusivamente di difesa: da qui il fiorire di proposte tutte orientate a tutelare, difendere, garantire, ripristinare. Istituire il reddito di cittadinanza, ridurre i requisiti per la pensione, ripristinare l'articolo 18, rivedere l'alternanza scuola lavoro. Siamo nel mezzo di una della più grandi trasformazioni tecnologiche e culturali della storia dell'umanità, e l'Italia - il paese del Rinascimento, di Leonardo da Vinci, della creatività artistica - non ha la capacità di cercare e scoprire le opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Opportunità di migliorare i servizi offerti ai cittadini, di garantire percorsi formativi di qualità agli studenti, di rendere più sicuri e performanti i processi produttivi. Perché? Forse perché prima dovremo fare i conti con i nostri ritardi, con le rendite di posizione di numerose categorie, e di conseguenza fare qualche scelta netta in più, rinunciando a qualche compromesso. Non è semplice, ma è l'unico modo di non consegnare l'Italia al declino, perennemente con lo sguardo rivolto al passato.